Vi fu un gran battere di martelli prima che la tenda si rialzasse; ma quando si vide qual lavoro stupendo era stato compiuto, nessuno ardì mormorare per la lunghezza dell’intervallo. Vi era una lunga torre che arrivava fino al soffitto, a metà della quale, appariva una piccola finestra con un lume che ardeva e, dietro le cortine, si poteva scorgere Zara, in un magnifico abito celeste guarnito di argento, che attendeva Roderigo. Finalmente egli arriva, con un cappello piumato, il mantello rosso, i lunghi riccioli, una chitarra e, cosa indispensabile, gli scarponi. Inginocchiatosi ai piedi della torre, egli canta una canzone d’amore. Zara risponde e, dopo un dialogo musicale, acconsente a fuggire con lui.
Questo è il punto culminante del dramma. Roderigo va in un angolo della scena ove, nell’entrare, ha lasciato una scala a corda: la prende e, gettando uno dei capi a Zara, l’invita a scendere. Timidamente ella monta sulla finestra, pone una mano sulla spalla di Roderigo ed è sul punto di slanciarsi, quando — Ahimè! ahimè! povera Zara!— si scorda della sua lunga coda che rimane presa nella finestra: la torre traballa, perde l’equilibrio e con un terribile colpo sotterra gli infelici amanti sotto le rovine.
Un grido unanime si fece udire quando si videro gli scarponi che si muovevano furiosamente nell’aria ed una testina dorata che si alzava dalle rovine gridando: — Te l’ho detto io! Te l’ho detto io!
Ma con grandissima presenza di spirito Don Pedro, il crudele Sire, esce dal palazzo, riesce a liberare sua figlia dalle rovine e, dicendo a bassa voce a Roderigo:
— Non ridere; fa’ come se là tragedia fosse veramente così! — con indignazione e furore lo scaccia dal suo regno. Benché un po’ confuso dalla caduta della torre, Roderigo rifiuta di muoversi. Questo esempio anima Zara: anch’ella si oppone a suo padre, che, fuori di sé dalla collera e dal dispetto, ordina che i due siano condotti nelle più oscure prigioni del castello. Un soldatino con delle lunghe catene in mano entra e li conduce via dimenticando evidentemente, nella confusione, il discorso che doveva fare.
L’atto terzo si rappresenta nella sala del Castello. Comparisce Agar, che è venuta qui per vendicarsi di Ugo e per liberare Zara e Roderigo, ma vedendo arrivare Ugo, si nasconde e sta spiando: osserva che egli mette le due pozioni in due bicchieri di vino e che ordina al timido soldato di portarli giù dai prigionieri e di dir loro che fra poco anch’egli sarebbe andato a trovarli. Il servo chiama Ugo un momento in disparte per comunicargli qualche notizia importante ed Agar approfitta di questo tempo per scambiare i bicchieri, contenenti il veleno, con due pozioni innocue. Dopo aver ricevuto gli ordini del padrone, Ferdinando porta la bevanda ai prigionieri, ed Agar, nel momento io cui Ugo è voltato verso il pubblico, pone sulla tavola il bicchiere contenente il veleno. Ugo, dopo un lungo discorso, sentendosi una grande arsura alla gola, lo prende e beve, ma comincia a sentirsi male, e dopo molte smorfie e non dubbi segni di acuto dolore, cade e muore in preda agli spasimi più atroci; mentre Agar, con un inno trionfale, lo informa di tutto ciò che ha fatto e gode nel vederlo soffrire.
Nell’atto quarto Roderigo, disperato di aver appreso che Zara gli è infedele, è sul punto di uccidersi ed ha già il coltello alla gola, quando una dolcissima melodia lo assicura della fedeltà di Zara, e gli arresta il braccio. Però la canzone lo informa altresì che la sua armata è in pericolo e non può esser salvata che da lui. Una chiave cade miracolosamente in buon punto nella prigione, e, con un grido di gioia suprema, Roderigo strappa le catene e corre via per cercare e salvare Zara. L’atto quinto principia con una terribile scena tra Don Pedro e Zara. Egli vuole che la figlia si ritiri in un convento: ella non ne vuol sapere, e dopo una eloquente preghiera, è in procinto di svenire, quando nella stanza si precipita Roderigo, che la chiede al padre in isposa. Don Pedro rifiuta perché il pretendente non è ricco e Roderigo è sul punto di portar via, a viva forza, Zara, mezza svenuta, quando entra il timido servente, portando una lettera ed un sacco che Agar, misteriosamente scomparsa, invia a Roderigo. Letta la lettera, Roderigo informa Don Pedro che egli è ricco, perché Agar gli ha lasciato tutto il suo, ed a conferma di ciò apre il sacco, da cui cadono e si sparpagliano una quantità di monete d’oro. A questa vista, Don Pedro dà un grido di maraviglia, acconsente all’unione di Zara e Roderigo e termina con una canzone di grazie, a cui prendono parte tutti gli attori. La tenda cala lentamente, mentre i due amanti, inginocchiati, ricevono la benedizione di Don Pedro. Gli applausi, frenetici ed entusiasti, sarebbero durati per chi sa quanto tempo, se un incidente curioso non li avesse fatti cessare ad un tratto. La branda, che serviva da sedile, si sfasciò ad un tratto trascinando nella sua rovina tutto l’uditorio; Don Pedro e Roderigo si precipitarono per aiutare i caduti, e, tramezzo a risate interminabili le spettatrici furono liberate e se la cavarono con una buona paura. La commozione suscitata da quest’ultimo incidente non si era ancora calmata che Annie fece capolino alla porta dicendo: — La signora March manda i suoi complimenti e invita le loro Signorie a cena. — Questa era una sorpresa anche per gli attori i quali, vista la tavola apparecchiata, si guardarono l’un l’altro ammutolite dalla meraviglia.
Avevano creduto di trovare qualche rinfresco, qualche dolce, ma una cena così bella non se la sarebbero mai immaginata! Vi erano due grossi gelati di crema, uno bianco ed uno rosa: dolci, frutta, bonbons francesi, ed in mezzo della tavola quattro magnifici mazzi di fiori! Rimasero per un momento senza fiato, guardandosi l’un l’altra, poi si rivolsero alla mamma che sorrideva tranquillamente:
— Sono le Fate? — disse Amy,
— È Santa Claus — soggiunse Beth.
— Mammina ci ha preparato questa sorpresa — disse Meg, sorridendo dolcemente malgrado la barba bianca e le minacciose sopracciglia.
— La zia March ha avuto una volta in vita sua una buona ispirazione! — disse Jo ad un tratto.
— Sbagliate tutti! L’ha mandata il signor Laurence! — rispose la signora March.
— Come? Il nonno del ragazzo Laurence? Che cosa mai gli è saltato in mente? Non ci conosce nemmeno! — esclamò Meg.
— Annie ha raccontato la storia della colazione ad uno dei suoi domestici: è un vecchio un po’ curioso, ma buono e quella storia lo ha evidentemente commosso. Molti anni fa, egli conosceva mio padre, e questo dopopranzo mi ha mandato una carta da visita, dicendo che sperava che io non avrei avuto alcuna difficoltà, se, in onore del giorno di Natale, si permetteva di mandare qualche piccola ghiottoneria alle mie bambine. Naturalmente, ho dovuto accettare, ed ecco che siete ricompensate della cattiva colazione di questa mattina.
— È il ragazzo che ha avuto questa buona idea, ci scommetto la testa! È un buonissimo figliuolo e mi piacerebbe tanto di far la sua conoscenza! Anch’egli, credo, desidera di conoscerci, ma è tanto timido e Meg dice che è sconveniente fermarsi per la strada e non vuole che gli parli quando lo incontro — disse Jo, mentre che il gelato faceva il giro della tavola e scompariva rapidamente tra gli ah! e gli oh! di soddisfazione.
— Volete dire i signori che abitano in quella casa grande vicino alla vostra? — disse una delle invitate — Mia madre conosce il vecchio signor Laurence, ma dice che è molto orgoglioso e non vuol far conoscenza coi vicini. Quel povero suo nipote è trattato quasi come un prigioniero; non esce che coll’istitutore e deve studiare come un cane. Lo abbiamo invitato al ballo che abbiamo avuto in casa nostra, ma non è venuto. Mamma dice che è un buonissimo ragazzo, ma con noi non ha mai parlato.
— Una volta il nostro gatto scappò nel loro giardino; egli ce lo riportò ed io approfittai dell’occasione per parlargli; eravamo giusto nel più bello del nostro discorso, quando è venuta Meg e ci ha guastato le uova nel paniere perché egli è scappato via subito. Lo voglio conoscere uno di questi giorni, perché ha proprio bisogno di qualcuno che lo rallegri, poveretto! — disse Jo fermamente. — Me lo prometti, mamma, non è vero?
— È molto gentile e compito ed ha modi signorili, perciò, se capita l’opportunità, non ho nulla in contrario — disse la signora March.
— Egli stesso ci ha portato i fiori e l’avrei invitato molto volentieri a restare, ma non ero troppo sicura di quello che facevate lassù. Pareva che avesse una gran voglia di prender parte al chiasso anche lui!
— Sono molto contenta che tu non l’abbia fatto salire — disse Jo, ridendo e guardandosi le scarpe — ma reciteremo un altro dramma a cui potrà assistere anche lui! Forse vorrà anche prendervi parte! Che bellezza sarebbe!
— Non ho mai avuto un mazzo in vita, mia! Com’è bello! — disse Meg, esaminando i suoi fiori con grandissima soddisfazione.
— Sono proprio stupendi! Ma le rose di Beth mi son più care, — dispose la signora March, odorando la rosa mezza avvizzita che teneva ancora appuntata sul petto. Beth e si avvicinò, si strinse a lei e le mormorò in un orecchio:
—Mi piacerebbe mandarne un mazzo anche a papà! Temo che il suo Natale non sarà stato così allegro come il nostro!
CAPITOLO TERZO